Enrico Giovannini (ASviS): Verso un’Europa e un’Italia più sostenibili e resilienti

13-11-2020 | News

Enrico Giovannini

Questo articolo è la sintesi di quanto pubblicato in Macrotrends 2021 di Harvard Business Review Italia.

di Enrico Giovannini

L’Unione europea ha reagito alla crisi indotta dallo scoppio della pandemia in modo molto diverso da come aveva affrontato le precedenti crisi. Un cambiamento frutto della drammaticità della situazione economica e sociale ma anche di un nuovo approccio culturale e politico adottato dalla Commissione europea e dalle altre istituzioni europee, a partire dalla nomina del nuovo Presidente Ursula von der Leyen, che ha messo al centro della propria azione l’obiettivo di portare l’Europa su un ampio sentiero di sviluppo sostenibile.

Gli ultimi vent’anni hanno visto il susseguirsi di numerose e diversificate crisi per il Vecchio Continente, anche se, già prima di esse, il processo di integrazione europea aveva subito una evidente battuta d’arresto, dopo il successo della creazione dell’Unione Monetaria Europea e l’avvio della moneta unica (1999), e l’allargamento dell’Unione europea nel 2004.

La crisi economico-finanziaria del 2008-2009 aveva messo a nudo i limiti dell’Unione europea. Gli errori di politica monetaria commessi dalla Banca centrale europea e l’assenza di strumenti comuni di politica fiscale in grado di controbilanciare una recessione di proporzioni straordinarie resero molto problematica la risposta dell’economia europea allo shock, anche a causa della bassa resilienza di alcune economie, tra cui quella italiana.

Analoga debolezza è emersa nel 2015 in occasione della cosiddetta “crisi migratoria”, dovuta all’impennata dei flussi migratori verso l’Europa dai Paesi mediorientali e nordafricani, a seguito delle instabilità politiche, economiche e sociali (“Primavere arabe”) e delle guerre civili in Libia e Siria.

Il rapido susseguirsi della grande recessione, della crisi dei debiti sovrani, della crisi migratoria avrebbe dovuto spingere le istituzioni europee e gli Stati membri a intervenire per affrontare le debolezze strutturali non solo dei sistemi economici, ma anche del funzionamento dell’Unione. Ma nei fatti non sono risultati capaci di innescare l’auspicato avvio della revisione del Trattato di Lisbona, anche a causa della crescita dei sentimenti antieuropei alimentati dai movimenti cosiddetti “populisti”, fortemente cresciuti nell’ultimo quinquennio, soprattutto sull’onda della crisi migratoria.

Va però rilevato che l’Unione europea ha reagito alla crisi indotta dallo scoppio della pandemia in modo molto diverso da come aveva affrontato le crisi dell’ultimo decennio. Questo cambiamento non è unicamente frutto della drammaticità della situazione economica e sociale, ma è dovuto anche al nuovo approccio culturale e politico adottato dalla Commissione europea prima e dalle altre istituzioni europee poi. A partire dalla nomina di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione, che ha subito messo al centro della propria azione l’obiettivo di portare l’Europa su un sentiero di sviluppo sostenibile, fin dalla presentazione del suo documento sulle priorità politiche per il quinquennio 2019-2024. La Presidente ha indicato con chiarezza l’intenzione di imprimere all’Unione una svolta profonda, basata su sei linee di azione: l’European Green Deal; un’economia al servizio delle persone; un’Europa pronta per l’era digitale; la promozione dello stile di vita europeo; un’Europa più forte nel mondo; un nuovo slancio per la democrazia europea.

Inoltre, la Commissione ha proposto di mettere l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dai 193 Paesi delle Nazioni Unite nel 2015, al centro delle politiche europee (i 17 Sustainable Development Goals). Si tratta di un profondo cambio di direzione rispetto alla Commissione Juncker, che vedeva lo sviluppo sostenibile come una questione prettamente ambientale. In particolare, la Presidente sposa l‘idea di orientare le politiche pubbliche e le scelte private anche alla preparazione del sistema socioeconomico agli shock futuri che caratterizzeranno il XXI secolo.

Si tratta, dunque, di un’operazione estremamente complessa e ben strutturata, presidiata in forza dalla Commissione per assicurarsi che il processo che conduce alla formulazione dei Piani e i loro contenuti siano in piena coerenza con le linee politiche fissate dal Consiglio europeo e il carattere “storico” della sfida. Anche l’Italia deve saper rispondere a tale sfida non solo sul piano dei contenuti, ma anche su quello della governance. In particolare, quattro appaiono le principali debolezze sulle quali le autorità italiane devono lavorare nei prossimi mesi e anni:

  • la coerenza del disegno strategico per realizzare l’Italia del 2030 in un’ottica di sviluppo sostenibile (visione);
  • i contenuti dei progetti e delle riforme per cui si chiedono i fondi di Next Generation EU e la loro coerenza con gli interventi e le riforme finanziate a valere su altri fondi europei e su fondi nazionali (coerenza delle politiche);
  • il disegno delle relazioni tra le istituzioni (nazionali e territoriali) chiamate a programmare, eseguire e monitorare l’attuazione del PNRR (efficacia della governance);
  • la costruzione di un sistema informativo unitario che consenta di descrivere in modo coerente e confrontabile, seguire nel tempo, e valutare l’impatto delle azioni previste non solo dal PNRR (trasparenza delle politiche).

Enrico Giovannini ha fondato nel 2016 l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, di cui è Portavoce. È stato Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 all’agosto 2009, Presidente dell’ISTAT dall’agosto 2009 all’aprile 2013. Dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Letta.

Condividi questo contenuto su: