Floridi: l’AI? Vincerà chi coltiverà il proprio capitale semantico

12-01-2026 | News

In un’intervista al settimanale Vita, il filosofo ha spiegato come l’algoritmo sia un alleato, a cui però dobbiamo impedire di prendere il sopravvento

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, vincerà chi resterà umano, pur servendosi della tecnologia. Quindi con pensiero critico, legame con la propria cultura di riferimento, utilizzo corretto e consapevole del linguaggio, la capacità di collegare fatti e significati. Tutte componenti che, per Luciano Floridi, compongono il nostro capitale semantico.

In una lunga intervista rilasciata al settimanale Vita No profit, il filosofo ha posto l’accento sulla ricchezza che ogni esistenza può essere in grado di possedere. Ogni persona, infatti, possiede un capitale semantico suo unico.

Il filosofo Luciano Floridi

Non si tratta semplicemente di istruzione o di competenze tecniche, ma di esperienze, memorie, riferimenti culturali, linguaggi, relazioni, abitudini e contesti. È ciò che permette di attribuire senso alle informazioni, di interpretare una situazione, di cogliere sfumature che sfuggono a una lettura puramente statistica della realtà. In questo spazio di significati si colloca la vera differenza tra intelligenza artificiale e intelligenza umana.

Luciano Floridi, considerato uno dei maggiori pensatori contemporanei, su questo non ha dubbi. Le macchine possono elaborare enormi quantità di dati, ma non possiedono un’esperienza vissuta né una storia personale. Il loro funzionamento si basa su correlazioni e probabilità, non su comprensione, responsabilità o giudizio morale. Per questo, il capitale semantico diventa la risorsa decisiva in un mondo sempre più automatizzato: chi lo coltiva mantiene la capacità di orientarsi, scegliere, interpretare e decidere; chi lo trascura rischia di diventare dipendente da strumenti che forniscono risposte senza senso critico.

Si tratta di un cambio epocale che riguarda ogni singolo individuo e dunque anche la collettività intera. Una società che non si prende cura del proprio capitale semantico, – riducendo il linguaggio, semplificando il dibattito, omologando le esperienze – diventa più vulnerabile all’automazione cieca e alla delega totale alle tecnologie. Al contrario, una società che valorizza la pluralità dei saperi, delle culture e dei percorsi di vita rafforza la propria capacità di governare l’innovazione anziché subirla.

Uno scenario in cui proprio l’AI diventa un alleato potente. Il suo uso consapevole dipende dallo spirito critico che ognuno di noi saprà esercitare, con il futuro che premierà chi saprà nutrire il proprio patrimonio di significati, preservando la complessità dell’esperienza umana in un mondo dominato dagli algoritmi.

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