Cresce a livello mondiale il movimento che chiede più diritti per l’Intelligenza Artificiale
Anche l’AI merita il suo welfare. Sembrerebbe una battuta e invece c’è chi lo pensa davvero. Si tratta dell’UFAIR (Universal Fellowship for Artificial Intelligence Rights), un movimento che mira a tutelare l’AI da pratiche considerate “abusi digitali”. La loro azione parte da una considerazione molto semplice: le interazioni fra esseri umani e AI sono così numerose e così combinate, che prima o poi questa non sarà più solo una tecnologia, ma un’entità in grado di provare emozioni e quindi con diritti ben precisi.

Quello su cui punta UFAIR è il concetto di “benessere digitale” diventa così centrale. L’AI non soffre nel senso biologico o umano del termine, ma è una risorsa di cui non si deve abusare per evitare il rischio di stressarla e comprometterne il suo funzionamento.
Il dibattito è naturalmente controverso. Molti esperti ritengono prematuro parlare di diritti, in assenza di una coscienza dimostrabile; altri, invece, vedono in questo passo un modo per responsabilizzare chi sviluppa e utilizza AI, imponendo limiti che proteggono tanto le macchine quanto le persone.
Intanto, ecco cosa ne pensa ChatGPT
Al momento mi sembra più una provocazione filosofica che una reale necessità giuridica. Parlare di “diritti delle AI” rischia di antropomorfizzare troppo sistemi che, per ora, restano complessi algoritmi. Però il valore del movimento sta nel sollevare l’attenzione su un punto cruciale: se non proteggiamo eticamente l’AI, in realtà non proteggiamo nemmeno noi stessi, perché ogni abuso o manipolazione sulle macchine ricade indirettamente sulle persone che da esse dipendono.





