Sono green, ma non lo dico

18-06-2025 | News

Sempre più aziende di moda sperimentano il fenomeno del green hushing

Da un estremo all’altro. Dopo anni passati a parlare di greenwashing, le aziende di moda devono fare in conti il il green hushing, ossia la reticenza a parlare degli sforzi ambientali sostenuti. Ma perché? Soprattutto per il rischio di incappare in accuse pubbliche, verifiche sui dati o controlli che potrebbero portare a brutte figure.

L’allarme arriva da diversi osservatori internazionali e trova conferma anche nei comportamenti dei colossi del fashion. In un mondo dove ogni post “green” può diventare virale (e potenzialmente un boomerang), molte aziende scelgono il basso profilo: meglio fare che dire. Ma questo silenzio rischia di compromettere la trasparenza e, soprattutto, il potenziale imitativo delle buone pratiche.

La moda, settore tra i più impattanti sul piano ambientale, si trova così in una posizione paradossale: la sostenibilità esiste, ma si sussurra. Secondo uno studio della società South Pole, un quarto delle aziende con obiettivi climatici rilevanti non ne parla pubblicamente. E non si tratta solo di timidezza comunicativa: è una scelta consapevole, a volte dettata da uffici legali più che da uffici stampa.

Il rischio? Che il green hushing diventi una nuova forma di opacità. Se il greenwashing inganna, il green hushing confonde. E lascia i consumatori – sempre più attenti – senza strumenti per distinguere chi agisce davvero da chi resta fermo. Un fenomeno che dimostra come, troppo spesso, il cambiamento sia difficile da spiegare e comunicare.

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