In occasione del discorso sui suoi primi 100 giorni, il presidente ha rivendicato risultati straordinari. Ma la realtà dice una cosa diversa.
L’autostima nella vita aiuta e al presidente Trump non si può certo dire che manchi. A volte però si rischia di cadere nell’autocelebrazione. E così, lo scorso 29 aprile, in occasione dei suoi primi giorni al governo, ha dato vita a una di quelle ‘performance’, fatte di toni accessi e un messaggio estremamente polarizzante.
Un discorso più da campagna elettorale, che da presidente in carica da oltre tre mesi, nel quale, però, Trump si è vantato dei suoi risultati raggiunti, affermando che nessuna amministrazione nella storia americana avrebbe fatto di più nei primi cento giorni. Le cose non stanno esattamente così. Il suo grande cavallo di battaglia, l’abolizione dell’Obamacare, è fallito al Congresso. La promessa di costruire un muro con il Messico è rimasta sulla carta. La tanto sbandierata riforma fiscale non è ancora arrivata a causa delle forti critiche sugli aspetti regressivi e sui dazi le posizioni sono in fase di ammorbidimento. e il pil americano ha fatto segnare un -0,3% nel primo trimestre.

Non va meglio in politica estera, dove la guerra ucraina, quella che Trump aveva promesso di risolvere in 24 ore, è ben lungi dal finire e in Medioriente sta sostanzialmente prendendo tempo e dando al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, carta bianca per bombardare i palestinesi sulla Striscia di Gaza, nella speranza così di colpire i dirigenti del gruppo terroristico Hamas. In fieri, e in salita, per quanto importanti, i negoziati con l’Iran sul nucleare che, se risolti con successo, potrebbero portare più stabilità nella regione.
Alla fine, si può dire che, nel suo discorso sui 100 giorni, Trump abbia celebrato il suo potere di rottura, fatto di attacco ai media, definiti ‘nemici del popolo’, ai giudici, agli immigrati. Il tycoon ha costruito un’identità politica basata sul conflitto, sul “noi contro loro”, vantandosi di ‘aver restituito il potere al popolo’. Lo stesso che rischia di pagare in prima persona le sue politiche economiche.



