A Verona Dario Fabbri racconta il 2025 che si aspetta

3-03-2025 | News

Top 500, organizzata dal Gruppo editoriale Athesis e PwC Italia in collaborazione con l’Università degli Studi di Verona ha analizzato la posizione dell’Europa in un contesto economico e geopolitico delicato.

Un contesto globale incerto, l’incubo dei dazi di Trump che spaventa i mercati, ma anche la possibilità di dare vita un’Europa davvero forte e coesa. Sono stati tanti i temi trattati nella serata Top 500, organizzata dal Gruppo editoriale Athesis e PwC Italia in collaborazione con l’Università degli Studi di Verona e che ha avuto come tema «L’Europa e la difficile transizione del mercato».

Due ore di riflessioni e interventi fra i quali spiccano quelli di Enrico Letta, decano della School of Politics, economics and global affairs all’IE University di Madrid e presidente dell’Istituto Jacques Delors, Carlo Cottarelli, economista e Direttore Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore del mensile Domino.

Il Direttore Generale del Gruppo Editoriale Athesis, Andrea Faltracco, con la conduttrice della serata, la giornalista di Telearena, Valentina Burati,

Tanti i temi trattati. In particolare, nel suo intervento, Dario Fabbri ha voluto sottolineare come per comprendere appieno il ‘fenomeno Trump’ ci si debba allontanare idealmente dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti e concentrarci sull’America interna: il Midwest, il Sud e le aree rurali. La frustrazione crescente, alimentata da decenni di delocalizzazione industriale, stagnazione economica e un progressivo impoverimento delle classi medie e lavoratrici. Queste fasce della popolazione hanno visto negli anni un deterioramento delle loro condizioni di vita, mentre le élite urbane sembravano beneficiare della globalizzazione. Trump, che pure, per biografia personale non ha nulla a che vedere con queste fasce della popolazione, ha saputo raccoglierne le istanze e si è fatto portavoce di un messaggio nazionalista e protezionista, fatto di promesse sull’aumento dei posti di lavoro e il ritorno del manifatturiero negli Stati Uniti, insieme con la riduzione degli impegni internazionali del Paese.

Un momento dell’intervento di Dario Fabbri all’evento Top 500, organizzato dal Gruppo editoriale Athesis e PwC Italia in collaborazione con l’Università degli Studi di Verona

Durante il suo intervento, Dario Fabbri ha insistito su due aspetti principali. Il primo consiste nel fatto che, secondo l’analista, Trump non rappresenta un’anomalia , ma una tendenza strutturale della politica americana. Anche quanto il suo mandato sarà finito, il divario fra l’America urbana e globalizzata e quella rurale e impoverita continuerà a crescere, e la tensione tra l’isolazionismo e l’interventismo in politica estera sarà sempre più forte. Questo significa che il mondo dovrà fare i conti con un’America sempre più introspettiva, meno disposta a impegnarsi in conflitti internazionali e più attenta alle dinamiche interne. E significa anche che l’Europa, se vuole mantenere il suo ruolo, dovrà iniziare a pensare a una maggiore autonomia strategica, senza dare per scontato il sostegno americano.

Il secondo aspetto riguarda specificatamente il rapporto con la Cina. Secondo l’analista, Trump ha sempre visto nell’Estremo Oriente un nemico naturale, molto più della Russia, già da quando era un imprenditore, negli Anni Ottanta. In quest’ottica, il riavvicinamento che Trump sta tentando con la Russia di Putin avrebbe come finalità principale indebolimento del Dragone. L’analista è convinto che Washingon non voglia sfociare in un conflitto diretto armato, ma che stia dando vita a una vera e propria ‘rete di contenimento’, rafforzando le alleanze nell’Indo-Pacifico, coinvolgendo Paesi come Giappone, Australia, India e Filippine, con l’intento di costruire una barriera strategica attorno a Pechino.

Rimane il ‘nodo Taiwan’ ed è un nodo molto delicato.  Proprio l’isola di Taiwan costituisce il punto più delicato della rivalità tra le due potenze. Pechino la considera parte integrante del proprio territorio e ha più volte dichiarato la volontà di riprenderne il controllo anche con la forza, mentre gli Stati Uniti, pur senza riconoscerne ufficialmente l’indipendenza, la supportano militarmente ritenendola essenziale per la stabilità della regione. La politica di Washington nei confronti di Taiwan si muove in un equilibrio precario, alternando il sostegno militare attraverso la vendita di armi e la cooperazione strategica con l’assenza di un riconoscimento formale, così da non innescare una reazione cinese su larga scala.

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