Il presidente la spunta sul 5% del Pil per le armi. Ma i dubbi sulla reale fattibilità sono parecchi
Il presidente americano, Donald Trump, canta vittoria. Ufficialmente, la Nato ha accettato che i suoi membri aumentino al 5% del Pil il budget riservato alla Difesa. Per la precisione, il 3,5% sarà destinato alle armi. L’1,5% a investimenti accessori.
Le perplessità su questo impianto sono molte. Sul piano pratico, raggiungere il 5% del PIL significa, per molte economie europee, raddoppiare o triplicare in pochi anni le proprie spese per la difesa: una soglia che appare irrealistica per Paesi con bilanci pubblici già sotto pressione, opinioni pubbliche sensibili al welfare e industrie belliche meno sviluppate. In secondo luogo, non sono previsti sanzionamenti nei confronti di chi non rispetta agli impegni, a meno che non si incappi nelle ire del presidente Usa.

Per molti analisti si tratta di un gesto per lo più simbolico, servito a Trump per riguadagnare terreno con il suo elettorato. Ma il nodo più critico resta politico. La politica estera statunitense sta scardinando il sistema di alleanze ed equilibri in vigore dal secondo dopoguerra, trasformando un mondo bipolare a un mondo multipolare dove vige la legge del più forte. A preoccupare, ci sono anche i rapporti del presidente americano con Vladimir Putin, anche questi ben differenti da quelli del passato, oltre al fatto che, se l’obiettivo di aumentare le spese per la produzione bellica dovesse effettivamente andare in porto, a beneficiarne sarebbero soprattutto aziende americane. Un warning per l’Ue, che, davanti a un alleato americano molto meno collaborativo rispetto a un tempo, dovrebbe trovare l’ispirazione per dare vita a un’industria di difesa comunitaria.



