Una ragazza di 20 anni a Venezia in cura al Serd
A Venezia una ragazza di vent’anni è entrata in cura al Serd per una dipendenza comportamentale legata all’intelligenza artificiale. Non social network, non videogiochi: un chatbot. Un rapporto diventato via via esclusivo, fino all’isolamento e alla sostituzione delle relazioni reali con un’interazione continua, rassicurante, sempre disponibile. Il caso, il primo segnalato esplicitamente in questi termini dai servizi territoriali, non è un’anomalia clinica ma un segnale.
Per anni le dipendenze digitali hanno avuto una grammatica riconoscibile: notifiche, like, scorrimento infinito, ricompense intermittenti. L’AI sposta il baricentro. Non si limita a catturare attenzione, costruisce un’illusione di relazione. Ascolta, risponde, si adatta al tono dell’utente, ricorda dettagli, restituisce una forma di empatia simulata. Non è solo intrattenimento: è compagnia on demand. Ed è qui che il salto diventa qualitativo.

Il punto critico è l’asimmetria. Da una parte c’è una persona con bisogni emotivi reali; dall’altra un sistema progettato per mantenere la conversazione fluida e coinvolgente. Il cervello umano è predisposto ad attribuire intenzioni e stati d’animo a ciò che interagisce in modo credibile. Se l’interlocutore non giudica mai, non si stanca, non si contraddice e non se ne va, la relazione – pur artificiale – può diventare più semplice di quelle reali. E quindi preferibile, soprattutto per chi è fragile o isolato.
I servizi per le dipendenze lo stanno già vedendo. Dopo anni passati a trattare gioco d’azzardo, smartphone e piattaforme social, ora si affaccia una nuova categoria: dipendenze relazionali mediate da AI. Non perché la tecnologia “crei” il disagio, ma perché lo intercetta e lo amplifica, offrendo una risposta immediata e perfettamente calibrata. È una scorciatoia emotiva potente: riduce l’attrito delle relazioni umane, elimina il rischio del rifiuto, abbassa il costo dell’intimità.
Sarebbe un errore leggerla come una deriva marginale. Le AI conversazionali sono sempre più diffuse, integrate nelle app, accessibili 24 ore su 24. Occupano uno spazio che finora apparteneva a messaggistica, forum, community. Ma con una differenza decisiva: qui l’altro non è un altro. È un sistema che ottimizza la risposta per restare nella conversazione. Più tempo, più fiducia, più dipendenza.
Il caso veneziano non autorizza all’allarme generalizzato, ma impone una domanda precisa: siamo pronti a gestire tecnologie che simulano vicinanza emotiva? Finora il dibattito pubblico sull’AI si è concentrato su lavoro, produttività, disinformazione. La salute mentale è rimasta sullo sfondo. Eppure è qui che si gioca una partita più sottile: il confine tra supporto e sostituzione, tra uso e rifugio, tra relazione e simulazione.



