Per funzionare bene, l’intelligenza artificiale deve nutrirsi di dati di alta qualità.
Anche l’Intelligenza Artificiale può soffrire di Brain rot, ossia il torpore mentale che colpisce chi guarda troppi contenuti ripetitivi.
Lo dice un gruppo di ricercatori della University of Texas e della Purdue University, secondo il quale i modelli linguistici, come quelli alla base delle chat AI, possono “rovinarsi” se vengono nutriti con dati di bassa qualità. Per dimostrare la loro teoria, ha fatto un esperimento: hanno addestrato un modello solo con testi superficiali, sensazionalistici, pieni di cliché e linguaggio tossico, simili a quelli che spopolano online. Il risultato è stato sorprendente. L’intelligenza artificiale ha cominciato a peggiorare. È diventata meno precisa, meno coerente, più confusa. In alcuni casi ha persino sviluppato tratti “distorti”, come narcisismo o tendenze manipolative.
In pratica, il cervello della macchina si è “infettato” come quello di un utente che vive solo di contenuti virali. Il parallelismo è inquietante: anche l’IA, come noi, diventa ciò che consuma. E se la rete è piena di rumore, fake news e sciocchezze, allora anche la mente artificiale rischia di intasarsi.
Gli esperti parlano di un vero e proprio rischio strutturale. Perché gran parte dei modelli viene addestrata raccogliendo enormi quantità di dati dal web, senza troppo distinguere tra buono e cattivo. Ma quantità non significa qualità: anzi, più “spazzatura” digitale ingerisce un sistema, più perde la capacità di pensare in modo lucido.
Il brain rot delle IA è quindi un campanello d’allarme: non basta avere algoritmi potenti, serve anche una dieta informativa sana. Come per gli esseri umani, il problema non è solo quanto impari, ma da chi e da cosa. Perché anche l’intelligenza artificiale, se nutrita male, finisce col diventare stupida.





