Sì all’Ai per informarsi, ma….

1-11-2026 | News

Uno studio di Reuters evidenzia come gli utenti usino l’algoritmo per informarsi, ma non vogliono che venga usato nei giornali

Sempre più persone utilizzano l’intelligenza artificiale per informarsi, ma non si fidano delle notizie scritte dalle macchine. È il paradosso che emerge dal terzo rapporto annuale del Reuters Institute sull’IA generativa, realizzato attraverso un’indagine condotta tra agosto e settembre 2026 in nove Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone.

Secondo lo studio, la percentuale di persone che utilizzano strumenti di intelligenza artificiale per accedere alle notizie è triplicata in due anni, passando dal 3% del 2024 al 9% del 2026. Una quota ancora minoritaria, ma in rapida crescita. Più in generale, il 38% degli intervistati utilizza l’IA per cercare informazioni, contro l’11% registrato appena due anni fa.

A cambiare è soprattutto il modo di avvicinarsi all’attualità. Il 49% di chi ricorre all’IA per informarsi la utilizza per approfondire una notizia, il 46% per ottenere aggiornamenti e il 38% per riassumere articoli. ChatGPT rimane lo strumento più utilizzato, seguito da Gemini, Copilot e Claude.

Il dato più interessante riguarda però la fiducia. Soltanto il 12% degli intervistati si dichiara a proprio agio con notizie prodotte interamente dall’intelligenza artificiale. La percentuale sale appena al 19% quando è prevista una supervisione umana. I lettori, insomma, apprezzano la tecnologia come strumento di consultazione, ma continuano a considerare indispensabile il lavoro dei giornalisti.

Le conseguenze per il settore editoriale potrebbero essere profonde. I chatbot si stanno trasformando in nuovi intermediari dell’informazione, sottraendo potenzialmente traffico ai motori di ricerca e ai siti delle testate. Per gli editori diventa quindi più difficile raggiungere il pubblico e trasformare le notizie in ricavi.

La sfida non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica, ma il futuro stesso del giornalismo. In un sistema in cui le risposte arrivano sempre più spesso da un algoritmo, la credibilità delle fonti e la riconoscibilità del lavoro umano rischiano di diventare il vero elemento distintivo.

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