Firmato un contratto di cinque anni: non solo tecnologia ma allineamento a un campo politico
Un contratto di cinque anni che non ha solo un valore tecnologico, ma anche politico. John Elkann, ad di Stellantis, ha firmato un contratto Peter Thiel per portare l’intelligenza artificiale di Palantir Technologies all’interno della sua azienda. Una naturale evoluzione industriale, si potrebbe pensare. Ma dietro c’è qualcosa si più. La notizia non sta nell’uso dell’AI, ormai inevitabile per qualsiasi grande gruppo industriale, bensì nella scelta del fornitore e nel contesto in cui si inserisce.

Palantir non è un attore neutro. È un’azienda nata dentro l’ecosistema della sicurezza nazionale americana, con legami strutturali con intelligence e difesa, e un modello basato sull’analisi massiva dei dati . Portarla nel cuore delle fabbriche significa importare non solo tecnologia, ma un certo modo di organizzare il potere informativo: centralizzato, opaco, altamente strategico.
Il punto critico è proprio questo: l’AI industriale non è una semplice innovazione di processo, è una ridefinizione dei rapporti di forza dentro l’impresa. Chi controlla i dati controlla la produzione, i tempi, le decisioni. Affidare questa infrastruttura a un soggetto esterno – e per di più extraeuropeo – apre un tema di sovranità industriale che nel dibattito pubblico italiano resta sorprendentemente marginale.
C’è poi una seconda dimensione, più politica. La scelta di Thiel, figura apertamente schierata nel campo trumpiano, rafforza l’orientamento americano di Stellantis, già evidente negli investimenti e nelle recenti operazioni societarie . Non è solo una questione geografica: è un allineamento a un ecosistema tecnologico e ideologico preciso, in cui industria, sicurezza e politica sono sempre più intrecciate.
In questo senso, l’operazione segna anche un’ulteriore sfida per l’Europa. Mentre Bruxelles discute di regolazione e “AI Act”, le grandi imprese scelgono infrastrutture americane per la propria trasformazione digitale.




