The AI-powered model is here.

1-08-2025 | News

Sul numero di Vogue di agosto, la pubblicità di un noto marchio è in mano e un avatar

Bella, bionda e finta. Nel numero di agosto di Vogue America è apparsa una pubblicità di Guess destinata a lasciare il segno: una modella bionda dallo sguardo magnetico, la pelle perfetta, lineamenti scolpiti e una postura impeccabile. Un’immagine all’apparenza come tante, se non fosse che quella ragazza non esiste. È stata interamente generata da un’intelligenza artificiale. Solo una piccola dicitura in fondo alla pagina lo rivela, quasi impercettibile. Eppure, il significato è enorme: per la prima volta, un avatar sintetico conquista uno spazio rilevante in una delle riviste più autorevoli del mondo della moda.

La campagna è stata realizzata da un’agenzia specializzata in creazioni digitali, che ha costruito questa figura con mesi di studio e design. Il risultato è un corpo femminile tanto armonioso quanto irreale, un ideale estetico scolpito senza imperfezioni, senza storia, senza fatica. E la sua presenza ha immediatamente scatenato polemiche. A essere messo in discussione non è solo l’utilizzo dell’IA in sé, ma il messaggio implicito che veicola: dopo anni di battaglie per l’inclusività, per la rappresentazione di corpi diversi, autentici, segnati dalla vita e dalla diversità, si torna a un ideale algido, levigato, inaccessibile.

Foto da Vogue/Guess

Non si tratta solo di immaginario. Usare un avatar digitale significa abbattere costi e tempi, saltare shooting, spostamenti, casting, interi team creativi. Una singola immagine generata da computer può sostituire il lavoro di fotografi, truccatori, stilisti, tecnici della luce, assistenti. Una rivoluzione che promette efficienza, ma che rischia di svuotare di senso – e di persone – un’intera filiera.

Gli autori della campagna difendono la scelta parlando di sperimentazione, di una nuova possibilità creativa, non di una sostituzione totale del reale. Ma il confine è fragile. Il fatto che questa figura sia entrata non in una campagna social, ma in un prodotto cartaceo, su carta patinata, conferisce all’operazione un’aura di legittimazione. L’IA non è più un gioco o un filtro: è un corpo che si presenta come reale, un modello di riferimento a tutti gli effetti.

La domanda che emerge, allora, è duplice. Da un lato: quanto è giusto normalizzare l’uso di immagini che sembrano umane ma non lo sono? Dall’altro: quanto siamo davvero pronti a distinguerle? E, in fondo, quanto vogliamo farlo? In un’epoca in cui la bellezza è diventata simulazione e aspirazione, forse la verità è che non vogliamo più vedere l’umano. Vogliamo l’ideale, il perfetto, il silenzioso. Anche se finto.

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