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Italia, paradiso delle società benefit. Il loro numero è cresciuto in modo esponenziale, segnando una trasformazione significativa nel panorama imprenditoriale. Secondo i dati ufficiali, nel 2016 — anno successivo all’introduzione del modello nel nostro ordinamento con la legge di Stabilità 2016 — le società benefit iscritte erano appena 100. Oggi, nel 2025, hanno superato quota 3.500, con una crescita media annua di oltre il 60%. Questa impennata non riguarda solo startup innovative o piccole imprese, ma coinvolge anche grandi gruppi industriali: basti pensare a nomi come Aboca, Davines, Fratelli Carli, Chiesi Farmaceutici o Illycaffè, che hanno scelto di trasformarsi in benefit per consolidare un impegno ambientale e sociale ormai centrale nella strategia aziendale.

Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto guidano la classifica regionale, con Milano che da sola concentra più del 20% del totale nazionale. Il settore più rappresentato è quello dei servizi professionali e consulenziali, seguito da manifattura, agroalimentare e tecnologia. La crescita è trainata da una nuova sensibilità dei consumatori, degli investitori (sempre più orientati ai criteri ESG) e da una generazione imprenditoriale che riconosce nel concetto di impatto positivo non solo un valore etico, ma anche un asset competitivo. A questo si aggiungono iniziative istituzionali, come il sostegno del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e i bandi regionali che premiano le imprese benefit nell’accesso a fondi pubblici. In un contesto globale in cui la sostenibilità diventa chiave per l’accesso ai mercati e ai capitali, il modello delle società benefit sembra destinato a consolidarsi come uno dei principali vettori di innovazione economica e culturale.





