{"id":36884,"date":"2022-11-22T12:50:00","date_gmt":"2022-11-22T11:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/festivaldelfuturo.eu\/?p=36884"},"modified":"2022-11-29T12:53:24","modified_gmt":"2022-11-29T11:53:24","slug":"fashion-industry","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/festivaldelfuturo.eu\/en\/2022\/11\/22\/fashion-industry\/","title":{"rendered":"Towards more sustainable and transparent policies in the fashion industry"},"content":{"rendered":"\n<h3>\u00abOccorrono circa 700 litri d&#8217;acqua per produrre una maglietta di cotone. \u00c8 abbastanza acqua perch\u00e9 una persona possa bere almeno otto tazze al giorno per tre anni e mezzo. Servono circa 2.000 litri d&#8217;acqua per produrre un paio di jeans. \u00c8 pi\u00f9 che sufficiente perch\u00e9 una persona ne beva otto tazze al giorno per 10 anni\u00bb.\u00a0<\/h3>\n\n\n\n<p>Di Francesca Pennisi<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/festivaldelfuturo.eu\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/pexels-sam-lion-5709656-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-36886\" srcset=\"https:\/\/festivaldelfuturo.eu\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/pexels-sam-lion-5709656-980x653.jpg 980w, https:\/\/festivaldelfuturo.eu\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/pexels-sam-lion-5709656-480x320.jpg 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>\u00c8 quanto dichiara&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.weforum.org\/agenda\/2020\/01\/fashion-industry-carbon-unsustainable-environment-pollution\/\">Morgan McFall-Johnsen<\/a>&nbsp;in un articolo dal titolo&nbsp;<em>These facts show how unsustainable the fashion industry is<\/em>, sul sito del World Economic Forum (WEF), descrivendo l\u2019industria del fashion come una tra le pi\u00f9 ad alta intensit\u00e0 idrica, oltre a rimarcare molte altre criticit\u00e0, riferite pi\u00f9 specificamente al fenomeno del&nbsp;<em>fast fashion<\/em>, contrapposto ad una visione slow dello stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>La fashion industry \u00e8 complessa e abbastanza recente, essendosi sviluppata a partire dal XX secolo come conseguenza del modello capitalistico e della produzione di massa. Il fast fashion nasce invece intorno agli anni \u201890, quando i rivenditori iniziano a proporre collezioni sul mercato a un ritmo vertiginoso, destinato a crescere nel tempo grazie all\u2019influenza di fattori esterni come il cinema, l\u2019arte e la musica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni rapporti mostrano che&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.weforum.org\/agenda\/2019\/01\/fast-fashion-is-unsustainable-heres-what-we-need-to-do\/\">in circa 20 anni la produzione di abbigliamento \u00e8 raddoppiata, mentre il ciclo di vita di questi prodotti si \u00e8 abbassato alla met\u00e0 del tempo.<\/a>&nbsp;Un articolo pubblicato nel&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/fast-fashion-crescita-ma-pesa-l-incognita-sostenibilita-AEI4tjwB\">settembre 2022 sul&nbsp;<em>Sole 24 Ore<\/em><\/a>&nbsp;rivela che \u00able vendite del segmento fast fashion tradizionale sono cresciute di oltre il 20% negli ultimi tre anni, ma anche i nuovi player online stanno guadagnando terreno\u00bb. Infatti, specialmente durante la pandemia, si \u00e8 assistito all\u2019affermazione di alcuni nuovi grandi colossi dell\u2019abbigliamento, come Shein o Asos, pesantemente criticati dai media e sui social network sia per la scelta di utilizzare materie prime sintetiche, di bassa qualit\u00e0 e con un forte impatto sull\u2019ambiente, sia per l\u2019uso di manodopera a basso costo.<\/p>\n\n\n\n<p>E se da un lato i giovanissimi sono attratti da questo modello economico, che richiede di inseguire i trend del momento anche se ci\u00f2 implica usare un capo solo una volta e poi cestinarlo, dall\u2019altro sono anche molto critici nei confronti di questa concezione<a href=\"applewebdata:\/\/C7FCCB00-96CE-4045-A6C2-65B430BE0523#_ftn1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>. Il fast fashion \u00e8 infatti caratterizzato da ampi volumi produttivi, dallo sfruttamento delle economie di scala e prevede un\u2019offerta vasta e molto variabile nel tempo. Se nel 2000 le aziende offrivano due collezioni all\u2019anno, nel 2011 la media \u00e8 salita a cinque. In alcuni casi si parla addirittura di 24 collezioni all\u2019anno. Tutto questo si traduce nell\u2019incapacit\u00e0 di trovare un mercato per tonnellate e tonnellate di capi di abbigliamento.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal punto di vista ambientale occorre ricordare che l\u2019industria del fashion \u00e8 responsabile per il 10% dell\u2019emissione di carbonio con drammatiche conseguenze ambientali: basti pensare all\u2019inquinamento delle acque, all\u2019utilizzo di sostanze chimiche tossiche, alle grandi masse di rifiuti &#8211; ogni secondo, l\u2019equivalente di un camion della spazzatura pieno di vestiti viene infatti bruciato o scaricato in una discarica \u2013 e, ancora, alle condizioni sfavorevoli per i lavoratori, principalmente donne, impiegate in quest\u2019industria.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, tornando ai materiali e in particolare al poliestere, sempre il World Economic Forum indica che ogni anno con il lavaggio vengono rilasciate in media 500.000 tonnellate di microfibre nell\u2019oceano che equivalgono a 50 miliardi di bottiglie di plastica.&nbsp;\u00abMolte di queste fibre tessili sono poliestere, una plastica che si trova in circa il 60% degli indumenti e la cui produzione rilascia due o tre volte pi\u00f9 emissioni di carbonio rispetto al cotone. E il poliestere non si decompone nell&#8217;oceano.\u00bb spiega ancora&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.weforum.org\/agenda\/2020\/01\/fashion-industry-carbon-unsustainable-environment-pollution\/\">McFall-Johnsen<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>Si rende quindi indispensabile un cambio di mentalit\u00e0 che coinvolga imprese e consumatori, un dialogo che possa favorire una trasformazione sostenibile di un\u2019industria che ad oggi vale 2 trilioni di dollari, secondo le stime del WEF. Ed \u00e8 chiaro che tutto questo ha un costo che non pu\u00f2 essere sostenuto solo dalle imprese. Il cambiamento si dovr\u00e0, anzitutto, basare su una maggiore consapevolezza da attuare rendendo pi\u00f9 trasparenti le informazioni sui prodotti (contesti, processi di produzione, materie prime, ma anche l\u2019effettiva autenticit\u00e0 dei valori alla base del brand).<\/p>\n\n\n\n<p>Uno dei maggiori movimenti globali che punta a far chiarezza sul tema \u00e8 rappresentato da&nbsp;<em>The Fashion Revolution Foundation<\/em>, fondata a seguito del disastro del Rana Plaza in Bangladesh avvenuto nel 2013. Grazie all\u2019hashtag lanciato dalla fondazione nel 2014, pare si sia assistito a un aumento della consapevolezza da parte dei consumatori di come vengono prodotti gli indumenti: questo ha avuto una reazione a catena, inducendo i grandi brand ad accrescere il livello di transparency riguardante le catene di approvvigionamento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2016 \u00e8 stato inoltre lanciato, in accordo con Ethical Consumer, il&nbsp;<em>Fashion Transparency Index,&nbsp;<\/em>con lo scopo di classificare le aziende in base al loro livello di trasparenza dove i punti vengono assegnati sulla base di 5 criteri:<\/p>\n\n\n\n<ul><li>policy e impegno;<\/li><li>governance;<\/li><li>tracciabilit\u00e0 della catena di approvvigionamento;<\/li><li>il criterio denominato \u201csapere, mostrare e modificare\u201d;<\/li><li>altri temi importanti riguardanti, tra gli altri, le condizioni relative alla forza lavoro (salario, grado di sindacalizzazione e di contrattazione collettiva); la gender e racial equality; i sistemi di approvvigionamento e l\u2019utilizzo di materiali sostenibili; il business model; spreco e circolarit\u00e0; utilizzo dell\u2019acqua e prodotti chimici; climate change e biodiversit\u00e0.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>Il <strong>rapporto 2022<\/strong> evidenzia che i progressi sono ancora lenti e che, sebbene le aziende comunichino molto sulle azioni poste in essere, non forniscono ancora sufficienti informazioni circa i risultati e l\u2019impatto effettivo di questi sforzi. Lo studio si focalizza sull\u2019aspetto cruciale costituito dalla tracciabilit\u00e0 della supply chain, su cui circa la met\u00e0 dei brand coinvolti ancora non fornisce alcuna informazione. Ancora, i dati sui lavoratori coinvolti rimangono un tab\u00f9 e continua a esistere una disparit\u00e0 di salario dal punto di vista della gender e racial equality. Ed \u00e8 ancora lunga la strada da fare in tema di climate change:<\/p>\n\n\n\n<ul><li>meno di un terzo delle grandi aziende rivela un obiettivo di decarbonizzazione che copra l\u2019intera supply chain, verificato dalla&nbsp;<a href=\"https:\/\/sciencebasedtargets.org\/about-us\">Science Based Target initiative<\/a>;<\/li><li>l\u201985% dei brand continua a celare i dati relativi ai volumi di produzione nonostante ci siano sempre pi\u00f9 evidenze della sovrapproduzione e spreco di vestiti (vedi ad esempio il \u201ccimitero della moda\u201d pi\u00f9 grande al mondo rappresentato dal Deserto di Atacama in Per\u00f9, che ogni anno accoglie 39 mila tonnellate di vestiti usati o mai indossati).<\/li><li>solo l\u201911% dei marchi rivela i risultati dei test delle acque reflue dei propri fornitori, nonostante sia una delle industrie a pi\u00f9 elevata intensit\u00e0 idrica. Inoltre, solo un quarto dei brand informa sul processo di conduzione delle valutazioni dei rischi legati all\u2019acqua nella propria supply chain.<\/li><li>solo il 24% dei brand rivela come riduce l\u2019impatto ambientale delle microfibre sebbene i tessuti, come anticipato, siano la principale fonte di microplastica nell\u2019oceano.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>Ancora una volta, come per tanti altri settori, occorre approdare a un modello di sviluppo pi\u00f9 sostenibile e \u201ccircolare\u201d. La trasparenza \u00e8 un primo passo necessario per poter \u201crealizzare\u201d dei consumatori pi\u00f9 informati e, dunque, pi\u00f9 consapevoli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Francesca Pennisi,<\/strong> Responsabile Marketing &amp; Operations di Eccellenze d&#8217;Impresa<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"applewebdata:\/\/C7FCCB00-96CE-4045-A6C2-65B430BE0523#_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>&nbsp;Proprio uno&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.ipsos.com\/it-it\/generazione-z-giovani-oggi-sostenibilita-inclusione-parita-genere-principali-priorita\">studio di Ipsos sulla GenZ<\/a>&nbsp;informa che \u201cmettere al primo posto l\u2019ambiente e la sostenibilit\u00e0\u201d \u00e8 la prima priorit\u00e0 delle sette individuate come in grado di contribuire al miglioramento della societ\u00e0 e rigenerare un senso di futuro. Il 40% dei giovani ritiene che i costi per avere prodotti ecosostenibili debbano essere a carico delle imprese e da queste si attendono un forte impegno per cambiare il mondo.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abOccorrono circa 700 litri d&#8217;acqua per produrre una maglietta di cotone. \u00c8 abbastanza acqua perch\u00e9 una persona possa bere almeno otto tazze al giorno per tre anni e mezzo. 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